5 Marzo 2008
Riccardo Illy
L'uomo, il politico, l'imprenditore
di Luciano Tirinnanzi
"Dodici domande al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, per scoprire la storia e le passioni di un politico ed imprenditore di grande successo e per conoscere Trieste attraverso le sue parole"
Poiché i nostri lettori nutrono interesse per le realtà locali raccontate dai loro protagonisti e dai loro simboli, iniziamo inevitabilmente col parlare delle sue origini. Come ricorda l’infanzia a Trieste?
Sono stati gli anni della scoperta della città. All’inizio, da bambino, accompagnato da mia madre ho cominciato a conoscere il centro, il Borgo Teresiano, pieno di negozi e di vetrine illuminate. Da adolescente, diventato autonomo negli spostamenti, prima in bicicletta e poi in moto ho potuto esplorare anche le impervie stradine di periferia, gli angoli più nascosti di Trieste. Ricordo una città molto affollata, brulicante di gente, dinamica e convulsa, anche un po’ disordinata. Erano gli anni in cui migliaia di persone arrivavano ogni giorno a Trieste da tutta la ex Jugoslavia, anche dai villaggi più lontani della Bosnia, per comprare quei beni di consumo che lì non si trovavano. E poi ricordo naturalmente la bora, che allora soffiava davvero forte e che, da bambino, un giorno mi ha sollevato all’improvviso da terra...
Come è cambiata oggi la città, rispetto a quegli anni?
Direi che oggi la città è sicuramente molto cambiata, e in meglio. È una città più ordinata, anche più pulita, senza più quei gruppi di acquirenti d’oltreconfine che bivaccano nelle strade. C’è stato un notevole investimento nell’arredo urbano, nella riqualificazione del centro, a cominciare da piazza Unità. Quelle vie centrali che da bambino mi facevano paura, caotiche e piene di auto parcheggiate disordinatamente, sono adesso state pedonalizzate ed è un piacere percorrerle a piedi. Oggi Trieste è piena di turisti, che arrivano qui per conoscere una delle città sicuramente più originali e interessanti d’Italia.
La guerra, il TLT, la Cortina di Ferro, la sofferta unione con il resto della regione e del Paese. Cosa rimane oggi di questi passaggi storici nella cultura della gente e cosa significa qui essere “territorio di frontiera”?
Quando sono stato eletto sindaco, nel 1993, la città era ripiegata su se stessa, chiusa, prigioniera di una sorta di sindrome d’assedio. Tutti coloro che vivevano attorno alla città, sloveni e croati da un lato, ma anche friulani dall’altro, venivano considerati nemici da cui difendersi. Come sindaco, andai a incontrare il mio collega di Udine. Erano ottant’anni, così mi dissero, che un sindaco di Trieste non si recava in visita ufficiale nel capoluogo del Friuli. Più o meno lo stesso mi fu ripetuto a Lubiana. Credo di aver contribuito a cambiare, a rovesciare questo atteggiamento. Già allora intuivo che Trieste si trova in realtà in una posizione geopolitica estremamente favorevole, che presto si sarebbero potute ricreare quelle condizioni che nel passato avevano favorito lo sviluppo e l’apertura mentale della città: nell’epoca dell’impero austro-ungarico ma anche, più indietro, nella Roma antica. Ho sempre lavorato in questa direzione, prima come sindaco e poi come presidente della Regione. Finalmente Trieste si trova oggi di nuovo al centro dell’Europa, grazie all’allargamento dell’Unione europea ai Paesi del Centro dell’Est, all’abbattimento dei confini dopo l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. I vicini non sono più considerati nemici, bensì importanti partner per promuovere assieme progetti economici, sociali e culturali entro il quadro dell’Euroregione.
Cosa pensa che le abbia dato questa terra che altrove non si può trovare?
In Friuli Venezia Giulia si è quotidianamente a contatto con persone di lingua e di cultura diversa, ci sono friulani, tedeschi, sloveni e tante altre comunità più piccole, in alcuni casi radicate da secoli. È un confronto che arricchisce, anche perché qui si è sviluppato un originale ‘melting pot’, che definirei di ‘integrazione conservativa’: le diverse componenti si integrano nel tessuto sociale pur mantenendo le proprie radici, la propria lingua e cultura. È un fatto quasi unico.
Quali sono stati i momenti più felici della sua vita che si possono collegare a Trieste o alla sua regione?
Ce n’è un’infinità, naturalmente. La mia passione per lo sport, per la vela e per lo sci, mi ha portato a conoscere sin da ragazzo alcune delle più suggestive località del Friuli Venezia Giulia, dal mare alla montagna. Trieste ha fatto da cornice ai momenti più belli della mia vita: il matrimonio, la nascita di mia figlia, le prime esperienze di lavoro in porto, l’ingresso nell’azienda di famiglia. E poi la soddisfazione di essere stato eletto due volte sindaco della città, deputato e quindi presidente della Regione.
Lei, come noto, è imprenditore e politico di successo. Una regola imprescindibile che lei adotta per essere un buon imprenditore ed una che adotta per essere un buon politico.
La regola è la stessa. Che uno svolga l’attività di imprenditore o ricopra un incarico da amministratore pubblico, lo scopo della sua azione deve essere orientata a soddisfare le esigenze delle persone. L’imprenditore ha come riferimento i consumatori, il politico tutti i cittadini: cambia il nome ma le persone a cui si deve rispondere in fondo sono esattamente le stesse, con ruoli diversi. Solo tenendo bene a mente questo principio si può operare in maniera efficace e corretta.
Da presidente del Seminario Permanente Veronelli, e viste anche le sue origini ungheresi, come giudica l’atteggiamento della Commissione Europea nei confronti del Tocai?
Nel 2004, al momento dell’allargamento dell’Unione, la Commissione europea ha rinnovato l’accordo siglato in precedenza con l’Ungheria che prevede il divieto di usare il nome Tocai, un divieto che riguarda solo l’Italia. Sono state concesse centinaia di deroghe su questioni simili, meno che quella richiesta dall’Italia per il Tocai. Appare quindi evidente l’ingiustizia. Tra l’altro il nostro è un vino secco, mentre il Tokaj ungherese è un vino da dessert. Abbiamo ottenuto dal ministero dell’Agricoltura un decreto che consente di utilizzare in Italia a scelta i nomi “Tocai Friulano” o “Friulano” mentre all’estero, dove vige il divieto comunitario, solo la denominazione “Friulano”. In questo modo si accontentano le esigenze dei diversi produttori. Abbiamo peraltro impugnato il divieto davanti alla Corte di giustizia europea, e attendiamo fra qualche mese la sentenza. Fino a non molto tempo fa il nostro Tocai era il classico vino sfuso da osteria ma oggi, grazie alle cure di alcuni viticoltori, sta dando risultati eccellenti in termini di qualità. Sappiamo insomma di avere un vino straordinario. Speriamo di risolvere presto anche la questione del nome.
Il suo nome si lega inevitabilmente anche all’industria del caffè: dieci società nel mondo, oltre settecento dipendenti, una qualità certificata. Cosa serve al futuro della sua e delle altre aziende del Friuli Venezia Giulia: più Italia, più globalizzazione o cos’altro?
Posto che ci troviamo nell’era della conoscenza globale, alle imprese serve aggiungere un maggiore contenuto di conoscenza ai loro prodotti e ai loro processi produttivi, perché solo così riusciranno a competere con Paesi in cui la manodopera costa molto di meno. E serve poi che le imprese, anche quelle più piccole, siano presenti sui mercati di tutto il mondo, che comincino a considerare quello globale come il loro mercato di riferimento. Le imprese del Friuli Venezia Giulia sono in questo senso avvantaggiate. Siamo una regione storicamente abituata ad avere relazioni con mondi diversi e lontani, per la sua posizione geopolitica, per la presenza di un grande porto come Trieste, per i rapporti con le comunità di friulani e giuliani emigrati in tutti i continenti. Anche da ciò deriva la fortissima propensione delle imprese regionali a esportare. E poi il Friuli Venezia Giulia, pur essendo una piccola regione con poco più di un milione di abitanti, dispone di tre università e di un centinaio di centri di ricerca scientifica e tecnologica, dove lavorano 8 mila addetti. Affinché la conoscenza prodotta in questi laboratori sia trasferita alle imprese, e quindi trasformata in innovazione, abbiamo creato una rete capillare di parchi scientifico-tecnologici.
Politica ed economia sono intrinsecamente legate tra loro. Oggi è l’economia a dettare l’agenda sulle scelte politiche oppure accade il contrario?
Certo, talvolta si ha la sensazione che l’economia prevalga sulla politica. Questo succede perché ci sono nel mondo imprese globali il cui fatturato supera il Prodotto interno lordo di molti Paesi, anche dell’Unione europea. Penso alla Microsoft, alla Ibm, alla Coca Cola. È chiaro che la presenza di queste enormi concentrazioni finanziarie può influenzare la politica. Tuttavia viviamo in un’epoca di crisi energetica, un’epoca in cui è emersa la consapevolezza dell’impatto che l’uso delle fonti di energia tradizionali hanno sul pianeta. Solo la politica, con un sistema di regole e incentivi, può creare le condizioni per superare l’attuale paradigma energetico e rendere convenienti le fonti alternative. Viviamo nell’era della conoscenza, nella quale la parte pubblica ha un ruolo fondamentale, spesso non ancora riconosciuto, nel creare una rete di relazioni capace di far circolare la conoscenza, di trasformarla in innovazioni e quindi in benessere diffuso. Nel rapporto fra politica ed economia ci vuole insomma grande equilibrio, nel rispetto dei ruoli. È la politica che deve dettare l’agenda, senza però occupare lo spazio che è proprio dell’impresa.
Ritiene che l’Italia sia davvero in declino come ci dipinge una parte della stampa estera? E, se così fosse, da quale punto di vista? Che cosa manca all’attuale classe politica e dirigente per fare il necessario passo in avanti?
Che il declino ci sia è purtroppo confermato dai dati dell’OCSE: il reddito pro capite netto dell’Italia è diminuito rispetto agli altri partner europei. Il problema sta non tanto nelle imposte, che sono in linea con quelle degli altri Paesi, ma negli oneri previdenziali, che in Italia sono i più alti al mondo. In alcuni casi arrivano al 45 per cento del costo del lavoro. Del resto, con il nostro sistema previdenziale ci sono coloro che stanno festeggiando il momento in cui hanno trascorso più anni in pensione che al lavoro. Non c’è altra strada che allungare la vita lavorativa. Oggi si va in pensione troppo presto, quando si è ancora nel pieno della capacità fisica e mentale. È un controsenso, così si snatura il principio stesso della previdenza, che ci dovrebbe tutelare quando appunto abbiamo perso la capacità lavorativa. Il sistema previdenziale costa troppo, se non si cambia i nostri lavoratori saranno sempre sottopagati e, alla fine, avranno una pensione misera. Che cosa manca alla classe politica? Manca una legge elettorale che sia in grado di privilegiare la governabilità rispetto alla rappresentatività. Solo un governo non sottoposto ai ricatti dei piccoli partiti potrà realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno, quelle riforme che non riusciamo a realizzare ormai da qualche decennio.
La sua carriera è piena di traguardi raggiunti. Ma non ha un sogno nel cassetto che esuli dai ruoli istituzionali che si è trovato a rivestire?
Beh, da bambino mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo... Ma a parte questo, vorrei riprendere l’attività a tempo pieno nell’azienda di famiglia e curare le due nuove “sorelline”, le due aziende recentemente acquisite dalla Illycaffè, la Domori (cioccolato) e Damman (tè), per farle crescere fino a raggiungere i traguardi della casa madre. Mi considero infatti sempre un imprenditore prestato alla politica anche se, per ora, prevale ancora l’interesse a impegnarmi a favore della collettività.
Il suo primo pensiero quando fa rientro a casa.
Il primo pensiero è che finalmente mi posso liberare della ‘tuta da lavoro’ e mettermi in jeans. Anche se rigorosamente non porto la cravatta, per la mia funzione istituzionale devo indossare sempre la giacca, la camicia, pantaloni ben stirati. Col tempo mi sono anche abituato alla divisa, ma è solo in jeans che mi sento davvero a mio agio. In jeans ho sostenuto l’esame di maturità, in jeans mi sono sposato... E allora quando arrivo a casa, la prima cosa che faccio è mettermi in libertà.